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Avventura numero 34 -- Giovani campioni --



Appiccicato come un geco alla rete divisoria, Arturo guardava sgambettare la squadra pulcini del paese nella partita settimanale contro i pari eta' del paese vicino, le nocche che si sbiancavano scosse da una contrazione inconvulsa ogniqualvolta il suo pupillo, nonche' figlio primogenito, Paolo Roberto, entava nel vivo del gioco.
Fu quando il giovane campione manco' un aggancio facilissimo che diversamente lo avrebbe visto presentarsi da solo davanti al portiere, che una voce alle spalle di Arturo tuono' indignata: "Ma 'nvedi che pippa aho, se te pija l'associazione pe' la protezione de le zanzare te fa' causa, che n'hai ammazzate 'no squadrone! Ah pipponaaaaaaa!"
Arturo trattenne un fremito e si giro' a squadrare Ermanno, ex lottatore professionista, canotta a rete nonostante il freddo pungente con su una lapalissiana scritta "Boia chi la molla" a guarnire l'ampio pettorale per poi appoggiarsi su addominali ormai definitivamente rilassati in un comomero fuori stagione interamente sporgente fuori dalla cinta dei pantaloni.
"Non le sembra di esagerare, la palla tutto sommato era troppo forte, non era un controllo facile..." fu il mesto tentativo di Arturo, al quale Ermanno replico' senza esitazione e senza evitare di sgrattugiarsi rumorosamente il sospensorio: "Ma che forte, forte 'sta ceppa, era un passaggio ar bacio che lo controllava pure un paralitico, ma sti regazzini je insegnano un po' de tecnica o no? perche' si in caso io er mio lo porto in colonia ar mare invece che ar campetto, armeno se ossiggena e me pja pure un po' de colorito..."
Arturo, nonostante il fisico da ministeriale lo mettesse chiaramente in soggezione di fronte al colosso di lardo che era il suo interlocutore, non si diede per vinto, anche perche' di mezzo ci andava il sangue del suo sangue: "Ma io penso che 'sti regazzini devono impara er pallone, ma anche artri valori, tipo er rispetto pe' l'avversario, l'amore pe' lo sport, er sape' vive assieme all'artri..."
"Ma che te devi da rispetta', ma lo hai visto che quello pare fracico, e' tutto 'na mossa, se atteggia tanto ma nun conclude gnente... sti regazzini deveno impara' a doma' er pallone, che er pallone e' come un cavallo servaggio che sinno' fa come je pare e te scorazza via che nun lo tieni... fatte servi', io da regazzino giocavo stopper nelle giovanili der San Godenzo... lo sai come se faceva chiama' l'allenatore nostro? eh? ce lo sai?"
"No, veramente non ne ho idea, ma il concetto..."
"Se faceva chiama Sbranacerbiatti, ecco come se faceva chiama'.. e all'allenamenti, si arivavo in ritardo, magara perche' mi' padre aveva fatto quarche minuto de straordinario, a mi padre lo pijava per culo davanti a tutti, je diceva che era un servo de la glebba, e a me me faceva core tutto vestito coi camperos, che alla fine me friggevano li piedi, e poi 100 flette nun me le levava nisuno!"
"Beh accidenti, mi pare un po' esagerato, capita a tutti di fare tardi..."
"E manco pe' gnente, co' Sbranacerbiatti tardi nun esisteva, tardi era morto, pe' lui... e lo sai che ce faceva fa, all'allenamenti? Ce metteva uno contro l'artro e ce dovevamo pija' a carci ne li stinchi, e si facevi finta, se n'accorgeva e a carci te ce pijava lui.. perche' se dovevamo impara' a prenne li carci e pure a dalli, che lui femminielli in campo nun ce li voleva... a me pero' me voleva bene, e me faceva sempre fa' una mezz'oretta in piu' pe' le lezzioni de massacro..."
"Lezioni di massacro?" interloqui' Arturo, ormai dimentico della partita che si svolgeva alle sue spalle.
"Sine, lezioni de massacro... je dovevo fa' na marcatura stretta, a omo, co' lui che sgomitava a tutta callara e me riempiva la panza e la faccia de botte che nu te dico, pero' nun me lo dovevo mai fa' scappa', sinno' se incazzava e incominciava a lavora' de ginocchia su le palle e de capocciate sur naso... me fece diventa' er piu' forte difensore de la categoria, e pure quanno facevamo le partitelle co' la prima squadra, er centravanti avversario se metteva a gioca' all'ala e hai da vede come girava al largo..."
"Capisco... comunque a questa eta' e' giusto che il calcio si viva piu' come uno svago, un divertimento.."
"E che tu te diverti a fatte pija' per culo da tutti? Io me ricordo che prima de le partite Sbanacerbiatti ce portava in ritiro drento a 'na specie de convento de clausura sconsacrato, ce toccava dormi' su li tavolacci e magna' solo cetrioli e banane... nun c'era permesso de cammina' co'le mano in saccoccia, dovevamo core pure quanno annavamo da la cammera da letto ar refettorio e quanno pisciavamo lo dovevamo fa' correndo sur posto... e senza sporca' la tavoletta.. diceva che dovevamo ave' er controllo totale pure ar cesso!"
"Ma non le pare esagerato? tutto sommato eravate ancora dei bambini, e certi metodi non si adottano manco coi grandi!"
"Sara' stato pure esaggerato, ma quell'anno vincemmo er campionato reggionale de categoria e parecchi de noi fecero pure arcuni provini colle giovanili de quarche clubbe prestigioso... io presempio, avevo fatto er provino co' la Juve, poi me s'e' crepato er ginocchio mentre me allenavo contro er muro pe' rinforza' la resistenza ar dolore, e ho dovuto lassa' perde... sinno' magara ar posto de Cuccureddu ce stavo io, e sta' tranquillo che Maradona nun ciarivava manco pe' turismo, a Napoli..."
"Accidenti, la Juventus..." sospiro' Arturo.
In quel momento, il triplice fischio finale interruppe la sfida giovanile e anche la conversazione tra Arturo e Ermanno.
Quando Paolo Roberto usci' dallo spogliatoio e vide il padre, sul volto gli si allargo' un fanciullesco sorriso, che subito si trasformo' in una smorfia di stupito dolore quando Arturo gli assesto' un sonoro calcio sugli stinchi.

Avventura numero 33 -- Il grigio --

Lo incontavo tutte le mattine all'uscita del supermercato.
Lo potevi trovare ogni giorno li', dove i carrelli mulinellano alla ricerca di uno spazio vitale per raggiungere, con una accelerazione degna di un centometrista, i portelloni delle macchine - come un vigile urbano a piazza Venezia allarga le braccia non si sa se per indicare il flusso di automobili consentito o perche' ormai arresosi all'evidenza di non poter governare il serpentone di auto che preme, come una Hydra a molte teste, da tutti i lati.
Si sedeva a terra, confondendosi col suo completo
grigio con il colore dell'asfalto, interrompendo le strisce gialle e bianche della segnaletica orizzontale come una aiola postmoderna di viole e rose di piombo. L'unica macchia di colore era il poco di rosa che sfuggiva dalla manica della giacca, una mano con le dita incollate in una muta richiesta di aiuto.

Fu quella mattina che un gruppo di coatti griffati evidentemente esuli dall'impegno scolastico passarono li' con le mani trasudanti pizza con la mozzarella e umide di rugiada alla cocacola, le voci sgraziate a comporre una cacofonia di slogan da stadio nei confronti delle signore traboccanti sporte e spingenti carrozzine, in equilibrio precario su improbabili tacchi a spillo alle 9 di mattina.
Fu quella mattina che il piu' alto e grosso del gruppo, la faccia rubizza e la testa rasata sul bomber paramilitare, non vide l'aiola grigia, e fini' rovinosamente a terra in un tripudio di bibita gassata e
mozzarella e sugo.

Avevo appena finito di depositare la scarna spesa quotidiana nella mia Golf, parcheggiata a pochi metri, e devo dire che la scena di quella montagna di carne e vernacolo romanesco ribaltata e spalmata sull'asfalto mi incuriosi', ma comunque meno del fatto che lui non si era mosso affatto: una pietra miliare sul ciglio del caos, nemmeno il cucchiaio rosa delle dita sembrava essersi minimamente piegato alla violenza dell'urto.

Ero pronta a tornare a casa, quando la situazione precipito'.

La montagna si rialzo' scrollandosi briciole e cocacola come un cane dopo un tuffo nelle acque di Martignano. E il cane addento' l'osso, lanciandosi feroce contro la statua di sale
grigio, schiumando rabbia e sputando orgoglio ferito, mentre i compari di merendina si facevano attorno, catalizzando l'energia psichica del gruppo, e convogliandola sul loro amico, incitandolo a colpire forte quella immondizia invisibile, quell'ectoplasma solido, quella indegnita' di materia grezza.
Quando il primo colpo di stivale si abbatte' sul suo fianco, quasi mi tappai le orecchie per attutire il rumore delle ossa frantumate e quasi mi coprii gli occhi per non vedere sbriciolarsi la figura ancora immobile e a capo chino.Ma non percepii crac e non vidi volare frammenti.

Il tempo si congelo' come una scena di Matrix, la scarpa dalla para pesante e le punte metalliche sembrava incollata sull'omero della figura in
grigio.
Registrai meccanicamente un rumore sordo di cuoio e metallo e gomma su granito e vidi la massa stupita del gigante riportare a terra il piede e alzarlo ancora e colpire ancora, nello stesso punto e poi ancora ma sulla testa, sulle gambe, sul naso, e ciononostante nulla si mosse se non le onde del suono martellante di materiale di stivale che colpisce la pietra.

Tum tum tum tum tum tum tum tum.

Il ritmo e la forza dei colpi scemo' incredula, il cerchio di astanti perse consistenza, smarri' coesione, comincio' ad allargarsi come cavalli in quadriglia per poi perdere simmetricita' e diventare un cumulo di facce incredule mentre il grassone non ha piu' la stessa sicurezza non reagisce all'esperienza incredibile e non la sa inquadrare nella sua storia di scontri dietro una sciarpetta e fughe tra le siepi che circondano lo stadio.

E la scena riprese la velocita' della vita normale, si scollo' dalla melassa spaziotemporale e il gruppo si rianimo', liquido' la faccenda con qualche imprecazione e i soliti slogan, si fece grande di colpire ancora, stavolta a turno, la forma
grigia e poi, piano piano, si allontano', una mano in tasca e l'altra ancora armata di pizza al sugo e mozzarella.
Mi avvicinai cauta al grigio e per la prima volta depositai tra quel cucchiaio proteso e immobile, una moneta.

Nonostante io torni ogni giorno in quel supermercato, ed ogni giorno ormai lasci a quel destino
grigio
la moneta con cui avevo liberato il carrello, quella fu l'unica volta in cui mi parve di scorgere, in quello spartitraffico dell'umano viavai, un sorriso.

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